Renato Bruni spiega perché “Le piante son brutte bestie”

06/05/2017

I giardini urbani fanno bene alla salute dei cittadini, ma faranno bene anche all’ambiente? Come spiega Renato Bruni, professore di botanica e biologia farmaceutica, la risposta a questa domanda non è per niente scontata. Nel suo ultimo libro Le piante sono brutte bestie (Codice) ci racconta come il suo incontro con le piante sia avvenuto nella prima infanzia, quando insieme al nonno si divertiva a fare piccoli esperimenti botanici nell’orto di famiglia. Una conoscenza pratica, con le mani in pasta, più dettata dalle leggi della tradizione e del passaparola che da quelle della scienza. Ma dopo quell’incontro Bruni ha iniziato studiare le piante molto più da vicino, quasi dall’interno, sotto la lente di un microscopio e nelle provette di laboratorio. Questi due modi quasi incompatibili di conoscere e apprezzare le piante non sono un’esclusiva di chi per mestiere fa il biologo vegetale, ma accomuna tutti noi abituati a “trovare gli spinaci cubettati nel reparto frigo di un supermercato senza sapere come ci siano arrivati e allo stesso tempo capaci di riconoscere la più esotica delle orchidee perché l’abbiamo vista in un documentario in televisione”. Quello che ci manca è una conoscenza più razionale, approfondita e giustificata da evidenze scientifiche, che ci permetta di capire come il modo in cui ci rapportiamo alle piante abbia un impatto sull’ambiente che ci circonda. Chi ama coltivare le piante nei propri giardini dovrebbe provare a conoscerle più in profondità, nella loro dimensione ecologica in relazione all’ambiente che le circonda. E in cui noi viviamo. “Perché anziché coltivare piante esotiche sui nostri balconi non proviamo a lasciare un vaso vuoto e aspettare che un seme portato dal vento o da un uccello germogli spontaneamente?
Condividi facebook share twitter share google+ share pinterest share
Omeganet - Internet Partner